venerdì 6 luglio 2012
DIAZ, LA VIOLENZA NON SI LAVA
venerdì 10 febbraio 2012
GLI EFFETTI COLLATERALI DELL'ARTICOLO 18
Ogni anno sono migliaia i licenziamenti impugnati in base all'articolo 18 in tribunale. Il giudice, a seconda dei casi, può disporre il reintegro o meno all'interno dell'azienda della persona licenziata e stabilire un risarcimento. Spesso però, dopo un accordo tra le parti, azienda e lavoratore preferiscono optare per una terza via e cioè quella che in gergo tecnico si chiama 'monetizzazione del reintegro': si accetta una certa cifra senza mai far ritorno al lavoro. Una soluzione che garantisce al lavoratore una base economica per poter cercare con relativa calma una nuova occupazione e che evita all'azienda di ricollocare al proprio interno un persona evidentemente sgradita. Prassi molto diffusa che però in questi ultimi tempi di crisi sta segnando una brusca battuta d'arresto. “Fino a qualche tempo fa chi subiva un licenziamento illegittimo optava per la monetizzazione – racconta Daniela Zini dell'ufficio giuridico della Camera del Lavoro di Bologna – D'altronde scegliere di tornare a lavorare per un'azienda che ti ha voluto a tutti i costi licenziare non è proprio facile. Eppure da un po' di tempo le cose stanno cambiando visto che il mercato del lavoro non offre più molte garanzie di ricollocazione immediata. Per questo molti accettano di essere reintegrati pur di poter continuare a lavorare e avere la certezza di uno stipendio ogni mese”.
Alla sentenza di primo grado, in media, si arriva dopo quasi due anni di attesa. Solo a quel punto il lavoratore ha certezza se il suo licenziamento è avvenuto in modo illegittimo o meno. Ed è qui che interviene l'articolo 18 che, come spiega l'avvocato Bruno Laudi dello Studio legale associato 'Piccinini e soci' di Bologna, “contrariamente a quanto si pensa non influisce o meno sulla libertà di licenziare ma regolamenta le sanzioni al licenziamento illegittimo. D'altronde oggi – continua l'avvocato che per la Camera del Lavoro di Bologna segue i casi più spinosi – opporsi a un licenziamento è diventato una corsa ad ostacoli a cominciare proprio dai tempi di impugnazione che si sono ridotti da 5 anni a soli 270 giorni”. Ma se le sentenze di primo grado arrivano (salvo per i casi più 'gravi' che viaggiano su tabelle di marcia più veloci) dopo 24 mesi, per la Cassazione i tempi di attesa si moltiplicano, fino a toccare anche quota 5-6 anni dalla data del licenziamento. Con effetti spesso disastrosi per quei lavoratori che attendono di conoscere il proprio futuro.
E' il caso di un dipendente di un'azienda grafica modenese licenziato nel 2004 al termine di un lungo braccio di ferro con i datori di lavoro che non vedevano di buon occhio il suo iper-attivismo sindacale. “Nella lettera di licenziamento scrissero che non avevo provveduto alla manutenzione di una macchina che serviva per la preparazione di alcuni solventi – racconta l'uomo assunto sei anni prima – ma gli scontri con i miei superiori erano diventati ormai quotidiani e sistematici. A quel punto decisi di impugnare il licenziamento che tra l'altro arrivò nel bel mezzo di una convalescenza per un intervento chirurgico alla spalla che avevo sostenuto qualche giorno prima”. La causa in tribunale andò avanti spedita prima di interrompesi bruscamente due anni dopo quando l'azienda fallì, facendo slittare così il pronunciamento del giudice che arrivò solo nel febbraio dello scorso anno: otto anni dopo da quella maledetta lettera. “Il giudice sostenne che il licenziamento era illegittimo perché gli eventuali errori di manutenzione commessi non potevano essere così gravi da giustificare un licenziamento in tronco – aggiunge l'uomo – Il tribunale stabilì quindi il reintegro che però di fatto non è mai avvenuto visto che l'azienda era fallita. Sono rimasto molti mesi senza lavoro per poi aprire un bar-ristorante a Modena. Adesso, insieme al mio avvocato, abbiamo chiesto un risarcimento per le mancate retribuzioni almeno fino al 2006”.
Ma se per il grafico modenese il non ritorno in azienda fu una scelta obbligata, per tutti gli altri lavoratori l'articolo 18 stabilisce il reintegro come punto cardine, lasciando poi ai singoli casi la libertà di decidere se tornare o meno ad occupare il proprio posto di lavoro, con tutte le conseguenze che ne derivano. Gli esempi qui si sprecano: su tutti prevale quello di un operaio meccanico bolognese che dopo il reintegro stabilito dal giudice decise di ritornare a lavorare – con le stesse mansioni e il medesimo stipendio - nell'azienda che l'aveva licenziato. L'esperienza però durò davvero poco perché dal momento in cui lui rimise piede in ditta iniziarono da parte dei suoi capi piccole e grandi vessazioni, modifiche di turno all'ultimo momento, lettere di contestazioni e continui richiami. Tanto che dopo dopo sette mesi optò per le dimissioni accettando poche mensilità pur di ritrovare la serenità perduta. Chi, invece, ancora oggi non intende mollare è un dipendente di un'azienda di pulizie, nato in un Paese del Maghreb ma residente a Modena da 34 anni, licenziato nel 2005 perché accusato di non 'curare' sufficientemente spugne, secchi e stracci. “A dicembre del 2006 il giudice disse che potevo riprendermi il mio posto di lavoro – racconta oggi in una delle poche pause del suo turno giornaliero - e a maggio del 2007 mi ripresentai in azienda. Certo, potevo scegliere di prendere dei soldi e rassegnare le dimissioni ma a 50 anni non avrei trovato facilmente un altro posto. Io un lavoro ce l'avevo e me lo sono tenuto stretto. Se mi sono pentito? I miei superiori ogni giorno mi affidano i lavori più difficili. Per loro resterò sempre la pecora nera dell'azienda ma niente può essere più duro da accettare di essere licenziati senza un reale motivo”.
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domenica 1 gennaio 2012
A CASTEL MAGGIORE LE STRADE VANNO ALL'ASTA
Diventare proprietari di una marciapiede o di un pezzo di strada in pieno centro e magari farsi pagare l'affitto dal Comune. E' quello che potrebbe accadere tra poco più di un mese a chi decidesse di partecipare a un'asta fallimentare fissata per il prossimo 31 gennaio in Toscana. In quella data il Tribunale di Firenze venderà al migliore offerente tutto il patrimonio di un'impresa di costruzioni finita a gambe per aria qualche anno fa: case, palazzi, villette a schiera ma anche marciapiedi, rotonde, aiuole e pezzi di strada che si trovano tutti nel territorio comunale di Castel Maggiore, piccolo centro dell'hinterland bolognese. Queste opere, infatti, nonostante siano quotidianamente utilizzate dai cittadini che risiedono nel comune emiliano non sono mai diventate di proprietà dell'amministrazione pubblica dato manca all'appello l'atto con il quale il Comune si impegnava ad entrare in possesso delle opere realizzate dall'impresa edile. Un caso, degno di un romanzo kafkiano e portato alla ribalta dal consigliere regionale del Pdl Galeazzo Bignami, che adesso potrebbe costare alle casse del Comune migliaia e migliaia di euro.Tutto cominciò quando un'impresa edile toscana realizzò a Castel Maggiore alcune opere di interesse pubblico commissionate dall'amministrazione comunale nell'ambito di precedenti accordi urbanistici. Una prassi per molti comuni che però nel piccolo centro bolognese diventò presto una patata bollente: prima che venisse perfezionato il passaggio di proprietà al Comune delle strade, aiuole e marciapiedi realizzate, l'impresa – nel 1998 – fallì. E quindi tecnicamente, anche se in questi anni il Comune le ha utilizzate, di fatto quelle opere hanno sempre continuato a far parte del patrimonio dell'impresa privata che adesso, dopo anni di tira e molla con i creditori, il curatore fallimentare ha deciso di mettere all'asta.
E così tra i beni della ditta il prossimo 31 gennaio a Firenze il giudice fallimentare si troverà a battere all'asta anche un pezzo di via Pablo Neruda (che, ironia della sorte, porta alla sede del nuovo municipio di Castel Maggiore), un terreno agricolo sul quale è stata costruita una centralina dell'energia elettrica, un'aiuola spartitraffico e diversi marciapiedi. Il prezzo base per diventarne proprietari è di 70.000 euro: da questa cifra potrà partire la gara dei rilanci tra gli eventuali pretendenti con aumenti minimi di 2mila euro.
“Se l'amministrazione avesse fatto prima un accordo con l’azienda per prendersi in carico le aree, questo problema non esisterebbe” ha tuonato il consigliere regionale del Pdl Galeazzo Bignami che assieme al consigliere comunale Leo Cataldo ha sollevato il caso. A questo punto il rischio è che il prossimo 31 gennaio all'asta fallimentare si presentino, oltre presumibilmente all'amministrazione comunale, anche privati cittadini disposti a sborsare fior di quattrini pur di accaparrarsi un pezzo di strada o un'aiuola. “In questo caso – ha aggiunto Bignami - ci sarebbe il forte rischio di una speculazione — perché in cambio dei terreni i nuovi proprietari cosa chiederebbero al Comune?».
Ipotesi, quest'ultima, rimandata al mittente dal sindaco targato Pd Marco Monesi, convinto che tutto si risolverà per il meglio e che la giunta non dovrà sborsare nemmeno un euro. “Poiché le opere sono state completate dal Comune e poste al servizio della collettività – ha spiegato l'amministrazione ieri in un comunicato ufficiale - fanno parte a tutti gli effetti del demanio comunale. Non si capisce quindi perché il Comune dovrebbe pagare un tratto di strada e una rotonda di uso pubblico che già gli appartengono. Ci affideremo quindi ad azioni legali per tutelare l’interesse pubblico e evitare esborsi di risorse finanziarie della collettività”.
Ma se l'asta dovesse andare male, anche l'alternativa dell'esproprio sembra essere piuttosto salata: secondo una recente perizia il valore dei terreni in ballo supera gli 800mila euro. Una cifra che in questi tempi di crisi il Comune bolognese non può concedersi il lusso di spendere nemmeno per 'riprendersi' un pezzo di strada che porta al municipio.
Pubblicato su Lettera43martedì 20 dicembre 2011
IL DIRIGENTE SU MISURA
Dirigente comunale, con tanto di stipendio a quattro zeri, ma senza avere una laurea e con un diploma fortemente a rischio. Marco Lombardelli, 37 anni, da ieri pomeriggio non è più il 'responsabile del Gabinetto' del sindaco di Bologna. L'ormai ex braccio destro di Virginio Merola ha deciso di tirare i remi in barca dopo la bufera mediatica scatenata dall'ex assessore della giunta Cofferati, Antonio Amorosi, che aveva reso pubblico il suo singolare status all'interno della macchina comunale bolognese: capo di Gabinetto del sindaco, con stipendio e qualifica da dirigente, ma senza un titolo di studio adeguato così come prevede la legge. Un'anomalia che ha fatto gridare allo scandalo le opposizioni che, scoperta la magagna, avevano già annunciato il ricorso d'urgenza alla Corte dei Conti. Ma prima che la situazione precipitasse, Lombardelli ha deciso di mollare, motivando la sua scelta con l'ormai perduta serenità nel suo lavoro quotidiano e con la salvaguardia della giunta guidata da Merola.
L'ADDIO. “Le notizie di questi giorni riguardo il mio ruolo all'interno dell'amministrazione comunale hanno segnato irreparabilmente la serenità per svolgere al meglio un compito delicato come quello di Responsabile di Gabinetto del sindaco – ha scritto ieri Lombardelli in una nota inviata alla stampa – Ho sufficiente senso di responsabilità per agire evitando che situazioni come questa possano essere strumentalizzate a recare danno al sindaco e alla giunta che stanno lavorando intensamente per il bene di Bologna”. Un addio che quasi certamente non basterà però a mettere al riparo la giunta di centrosinistra e che adesso dovrà spiegare una situazione quantomeno singolare. E cioè come sia stato possibile affidare un ruolo fiduciario così importante senza verificare, al momento della stesura del contratto di incarico, che esistessero i requisiti di legge, ovvero la laurea.
IL VESTITO SU MISURA. A portare alla ribalta il curioso caso di Marco Lombardelli è stato qualche giorno fa l'ex assessore alla casa di Sergio Cofferati, Antonio Amorosi. Svestiti i panni politici, Amorosi da qualche mese si è messo a fare le pulci alla giunta Merola sul sito Affaritaliani.it e dopo aver sollevato più di un dubbio sui concorsi per alti dirigenti del Comune, ha deciso di prendere di mira il ruolo di Lombardelli. Trentasette anni, sposato e con una figlia, l'ex funzionario di partito del Pd (uomo legatissimo all'ex segretario regionale e adesso europarlamentare Pd, Salvatore Caronna) da giugno di quest'anno è il “responsabile del Gabinetto del sindaco” con uno stipendio di 68.500 euro lordi l'anno e un livello D nell'organigramma di dipendente comunale. Un incarico – sussurrano i maligni – cucito su misura dai tecnici comunali proprio addosso a Lombardelli per la mancanza degli idonei titoli di studio: le sue funzioni, almeno formalmente, differiscono da quelle storiche riservate al 'capo di Gabinetto'. Lombardelli, infatti, a differenza dei suoi predecessori a Palazzo d'Accursio è stato 'svuotato' di ogni potere su ufficio stampa e relazioni internazionali, settori di competenza storica del capo di Gabinetto ma che il sindaco Merola decise di scorporare, legittimando così la creazione della nuova figura di 'responsabile'.
SENZA LAUREA. D'altronde se il curriculum politico di Lombardelli è a cinque stelle (inizi nella Sinistra Giovanile, consigliere comunale nei Ds e incarichi dirigenziali nel Pd regionale) quello didattico lascia un po' a desiderare: niente laurea e (come si può leggere sul sito del Comune) un non meglio precisato diploma. Peccato però che per accedere al livello 'D' (e alla relativa retribuzione) la legge stabilisca che tra i requisiti fondamentali ci sia proprio il conseguimento di una laurea. Ma non è finita: il diploma posseduto da Lombardelli in realtà è una “licenza di abilitazione all'esercizio dell'arte ausiliaria della professione sanitaria di ottico” che fino all'entrata in vigore della riforma del 1992 non si conseguiva con un corso di studi di 5 anni. Particolare che ha fatto gridare di nuovo allo scandalo l'ex assessore Amorosi convinto che il capo di Gabinetto del sindaco Merola come titolo di studio più alto “avesse solo la terza media”. Sulla vicenda oggi nel corso del Consiglio comunale la giunta cercherà di far chiarezza, mentre il sindaco Merola (che in un primo momento aveva difeso a spada tratta Lombardelli sostenendo che non esistesse nessuna irregolarità) ieri lo ha ringraziato pubblicamente per il lavoro svolto fino a questo momento, riconoscendogli “il suo particolare impegno e dedizione verso la città”.
COSI' FAN TUTTI. Quello di Lombardelli però non è un caso isolato. Altri dirigenti, a Bologna come in molti altri comuni d'Italia, ricoprono incarichi e incassano stipendi a quattro zeri senza necessariamente avere tutti i requisiti richiesti dalla legge. L'escamotage più utilizzato è quello delle nomine attraverso il meccanismo dello 'staff politico', particolare che permette di far guadagnare stipendi da dirigenti laureati anche a chi non ha mai messo un piede in un'aula universitaria. In pratica il Testo Unico sugli Enti Locali del 2000 stabilisce all'articolo 90 “la costituzione di uffici posti alle dirette dipendenze del sindaco per l'esercizio delle funzioni di indirizzo e di controllo loro attribuite dalla legge”: di fatto uno strumento per piazzare uomini di fiducia in posti chiave della macchina comunale, riservando loro un trattamento economico diverso da quello degli altri dipendenti comunali. A patto però – vuole la logica politica - che il trattamento economico sia più o meno proporzionato ai livelli di inquadramento. Limite che non sarebbe stato nemmeno rispettato sul caso Lombardelli se si pensa che lo stipendio medio di un alto dirigente comunale a Bologna attualmente si aggira attorno ai 59mila euro lordi all'anno mentre quello riconosciuto al responsabile del gabinetto del sindaco era di 68.500, il tutto senza laurea. Particolare che ha fatto storcere il naso a più di un colletto bianco a Palazzo d'Accursio.
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mercoledì 14 dicembre 2011
LA METAMORFOSI DEL GRILLO
Per non essere un partito ne sono successe davvero di tutti i colori. Forse Beppe Grillo un po' se lo aspettava, ma le sue 5 Stelle - il movimento di liste civiche presenti in molti consigli comunali e regionali sparsi in tutta Italia – ormai sono entrate a far parte legittimamente del sistema politico italiano, con tutto ciò che ne consegue, sia nel bene che nel male. Litigi, lotte per le poltrone, nascita di correnti interne e critiche dalla base sembrano aver contagiato anche le costellazione di liste civiche nate dal nulla e cresciute sul web sotto l'ala protettrice dell'ex comico genovese. Un particolare tutto sommato irrilevante se si guarda alle altre forze politiche italiane ma che forse diventa fondamentale per chi, tra i dogmi da rispettare, aveva proprio quello di non scivolare nella palude partitica. I NUMERI. Che il Movimento 5 Stelle sia una realtà con cui tutti, prima o poi, dovranno confrontarsi lo dicono i numeri. Nel giro di tre anni le liste civiche, soprattutto grazie alla rete, hanno messo radici profonde sul territorio. Nel 2008 era stato eletto un solo consigliere comunale del Movimento in tutta Italia, a Treviso. Un anno dopo erano diventati 50. Oggi i 'grillini' siedono nelle assemblee cittadine (tra le tante) di Bologna, Torino, Trieste, Rimini e Savona. Alle Regionali del 2010 hanno raccolto la bellezza di 100mila voti e conquistato due seggi in Piemonte e altrettanti in Emilia Romagna. Per non parlare del recente exploit alle urne in Molise che ha provocato più di un mal di pancia al Pd di Bersani. Vittorie frutto del modo 'nuovo' di far politica, degli slogan anti-casta e della volontà di coinvolgimento diretto dei cittadini alle scelte più importanti per la comunità: dalla gestione di acqua e rifiuti, ai piani urbanistici, passando per mobilità sostenibile e stipendi dei dirigenti. Il tutto attraverso il meccanismo dei Meetup, forum e blog sparsi sul web ma anche riunioni e dibattiti old style.
LE PATATE BOLLENTI. Ma non ci sono solo successi nella storia del Movimento a 5 Stelle. Quella recente parla di un alto tasso di litigiosità all'interno delle liste civiche, forse anche dovuto (ed era questo uno dei pilastri fondanti del Movimento) all'assenza di regole certe per la partecipazione alle vita politica dei militanti, o come si amano definire, “libera associazione di cittadini”. La prima patata bollente fu quella che piombò sul movimento subito dopo il primo grande exploit alle urne: quello alle elezioni regionali nel 2010 con la conquista di due seggi in Emilia Romagna. Visto che il capolista Giovanni Favia risultò eletto sia nella circoscrizione di Bologna che in quella di Modena, si doveva fare una scelta su quale seggio liberare e così dare via libera a un altro 'grillino' da portare in Regione. Il Movimento però non scelse di premiare il secondo candidato più votato tra le due province (che sarebbe stata la modenese Sandra Poppi con 717 preferenze), ma convocò delle 'secondarie' per chiedere a 40 delegati provinciali di effettuare l'importante scelta. E alla fine a spuntarla fu il bolognese Andrea De Fransceschi nonostante le sole 367 preferenze raccolte alle urne. Una decisione che mandò su tutte le furie il consigliere comunale dei 'grillini' a Modena, Vittorio Ballestrazzi, che dopo un tam tam continuo su giornali, internet e in diverse tv locali ricevette una 'scomunica' direttamente da Beppe Grillo che gli ordinò di mollare il simbolo del partito.
LE POLTRONE DI ANCONA. Ma Modena non fu un caso isolato. Poco dopo toccò ad Ancona dove Renato Gallegati, candidato a sindaco nel 2009 per il Movimento, un anno dopo la sua elezione a consigliere comunale decise di abbandonare i grillini. Motivo? La decisione di Andrea Quattrini, al quale aveva ceduto il posto di consigliere comunale in un'ottica di alternanza decisa dal Movimento prima delle elezioni, di non schiodarsi più dal suo scranno di consigliere. Con il risultato che oggi nel capoluogo della Marche ci sono tre siti web che fanno riferimento ai grillini ma tutti da una posizione diversa: il forum Meetup (vicino si dice all'Idv), la Lista a 5 Stelle (dell'ex Gallegati) e il gruppo consiliare di Quattrini (unico riconosciuto da Grillo).
LA GUERRA IN PIEMONTE. Ma il caso più eclatante però resta quello in Piemonte dove alla già difficile e travagliata scelta del candidato a sindaco della città della Mole (poi caduta sul 36enne Vittorio Bertola e mal digerita da una parte del movimento, soprattutto quelli che fanno riferimento ai forum Meetup) si è aggiunta la spaccatura, forse insanabile, tra la delegazione dei grillini in Regione e quella che siede in Comune a Torino. Protagonisti dello scontro il consigliere regionale Davide Bono e proprio Bertola, accusato di aver detto sì a un incarico 'dirigenziale' a livello nazionale proposto direttamente da Beppe Grillo. Insomma una nomina piovuta dall'alto e senza un controllo diretto della base, peculiarità di quel sistema che proprio le 5 Stelle dicevano di voler combattere. Accuse che Bertola ha sempre rimandato al mittente, annunciando a più riprese le sue dimissioni, che almeno fino ad oggi però non sono mai state attuate.
L'OMBRA DEL PARTITO. Ma a scatenare parecchi malumori all'interno del Movimento è stata la scelta, operata direttamente da Grillo e dal suo guru della comunicazione Gianroberto Casaleggio, di affidare a quattro persone la progettazione e realizzazione di una 'sovrastruttura' per il coordinamento delle liste civice a 5 Stelle sparse in giro per l'Italia. Una scelta operata non attraverso il web e la rete, come magari qualcuno si poteva aspettare, ma durante una riunione di tutti gli eletti a Milano lo scorso 18 giugno. Summit sconosciuto a gran parte del movimento. Alla fine la scelta della premiata ditta Grillo&Casaleggio piombò su quelli che furono ribattezzati i 'Magnifici 4': Matteo Olivieri (Reggio Emilia) a cui venne affidato di coordinare i progetti delle varie liste, Davide Borrelli (Treviso) che si occuperà della presentazione delle liste, Vito Crini (Brescia) per i programmi e il torinese Vittorio Bertola per lo sviluppo della piattaforma internet, essendo lui un informatico. Incarichi che hanno fatto storcere il naso a molti (i carteggi sui forum tra i diretti interessati sono spesso senza peli sulla lingua) sia nella forma che nella sostanza. Anche perché c'è chi ha visto nella formazione di un coordinamento nazionale tra le liste a 5 Stelle, tra le frettolose smentite, la preparazione per la discesa in campo del Movimento alle prossime elezioni politiche e quindi la creazione di una sovrastruttura che tanto somiglia a quella di un partito vero e proprio. Che per chi ha sempre detto di non volerlo diventare diventa un problema non da poco. Forse è proprio vero: il potere logora chi non ce l'ha.
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venerdì 25 novembre 2011
LEGA, UNA PURGA TUTTA EMILIANA
Tutti giù dal Carroccio. La Lega Nord a Modena sembra aver inaugurato una insolita stagione di 'purghe' di staliniana memoria tra espulsioni, declassamenti, sospensioni e scomuniche. Il tutto in vista dei congressi locali di marzo che, se in teoria avrebbero potuto e dovuto ridisegnare la mappa del potere leghista in città e in provincia, adesso corrono seriamente il rischio di essere relegati a una semplice rimpatriata tra fedelissimi, chiamati a sottoscrivere passivamente lo status quo dell'attuale dirigenza.
I CARTELLINI ROSSI. A dare l'impressione che a Modena la Lega sia poco disposta al confronto interno ci sono le tre espulsioni decise dal partito nel giro di pochi giorni e che hanno riguardato due consiglieri comunali a Modena, Walter Bianchini e Nicola Rossi, e l'ex segretario delle camicie verdi di Sassuolo Mauro Guandalini. Tutti e tre sono stati buttati giù dal Carroccio con l'accusa di aver attentato alla lesa maestà del partito: Rossi e Bianchini sfiduciando il loro capogruppo in Consiglio comunale, Stefano Barberini, (criticato per il suoi show in Consiglio comunale, come quando si presentò calzando degli sci) e Guandalini per le troppe e ingiustificate critiche al sindaco di Sassuolo Luca Caselli, che il Comune lo amministra proprio con la Lega in giunta.
IN PRINCIPIO FU MANFREDINI. Ma le tre espulsioni sono solo gli ultimi tasselli di un mosaico che i vertici della Lega a Modena stanno cercando di smontare ormai da tempo, e che ha portato nell'ultimo anno all'isolamento di forze e uomini che avevano fatto la storia del partito. In cima alla lista c'è proprio l'attuale consigliere regionale Mauro Manfredini, capace nel 2009 di raccogliere come candidato sindaco a Modena 11.327 voti (pari al 11,02% , quasi il triplo di quanto raccolto dalla Lega nel 2004), ma al quale fu chiesto di scegliere tra lo scranno dell'assemblea comunale e quello della Regione. Lui, non senza qualche mal di pancia, scelse Bologna lasciando via libera sotto la Ghirlandina ai giovani del partito che scalpitavano, ma di fatto da quel momento cominciò una lotta per il potere senza precedenti.
EPURATI E ALLONTANATI. A farne le spese, nel giro di qualche mese, furono proprio i fedelissimi di Manfredini e chi aveva osato mettere in discussione la leadership del partito. A Modena, dopo le dimissioni per 'incompatibilità' del consigliere Sandro Bellei, le espulsioni riguardarono Andrea Galli e Gigi Taddei (transfughi del Pdl subito dopo rimandati al mittente), mentre in provincia la scure leghista colpì i storici militanti Adriano Dal Fiume, Giorgio Barbieri e Gabriele Nizzi, tra espulsioni, scomuniche e sospensioni varie. Con il risultato che oggi in Consiglio comunale a Modena il gruppo della Lega Nord è formato da una sola persona (l'ovviamente capogruppo Stefano Barberini) contro i quattro vinti nelle elezioni del 2009, diventati sei dopo l'accoglienza (forse un po' frettolosa) dei delusi del Pdl.
I MILITANTI DI FANANO. Singolare poi il caso di Fanano, piccolo paese sull'Appennino modenese dove l'anno scorso 13 militanti locali furono improvvisamente declassati a semplici 'sostenitori', perdendo così di fatto il diritto di voto nei congressi. Soprattutto in quello che pochi giorni dopo avrebbe dovuto scegliere il segretario leghista della maxi-circoscrizione del Frignano. Poltrona che andò a Loredano Ballantini, padre di Stefania, quest'ultima responsabile organizzativa della segreteria nazionale Emilia e consigliere a Lama Mocogno, ma soprattutto compagna dell'attuale segretario provinciale della Lega Riad Ghelfi, vero deus ex machina del Carroccio a Modena.
LA LEADERSHIP BLINDATA. Lui, assieme a Stefano Bellei (segretario cittadino), dopo le ultime epurazioni sembrano viaggiare a vele spiegate verso i congressi di marzo che dovranno scegliere i nuovi segretari per i prossimi anni. Difficile non pensare a una loro riconferma visto anche il particolare meccanismo che regola il diritto di voto all'interno della Lega. Secondo lo statuto del Carroccio chi vuole iscriversi al partito non acquista direttamente il diritto di voto ma diventa un semplice sostenitore. Solo dopo un anno e se ha dimostrato particolare attaccamento alla camicia verde può fare richiesta di passare a militante. Richiesta che però deve essere vagliata e avallata dalla segreteria provinciale e da quella cittadina. Solo a quel punto il novello leghista potrà esprimere il proprio. Ma a quel punto quante possibilità ci sono che non appoggi i segretari che hanno deciso sul proprio passaggio a militante (o sul loro declassamento come successe a Fanano)? Poche, anzi pochissime se si guarda che a quattro mesi dai congressi a Modena non è emerso ancora nessun altro sfidante alla leadership di Ghelfi e Bellei. Facile prevedere, dunque, che loro sul Carroccio ci resteranno ancora per un po'.
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mercoledì 16 novembre 2011
UN COMMISSARIO PER IL VIMINALE
A Bologna l'avevano soprannominata «nonna lupo». Perché durante i suoi 15 mesi di governo da commissario prefettizio della città si era fatta sì amare per i suoi modi gentili e il suo aspetto rassicurante, quasi familiare, ma quando c'era stato da affrontare le spine del bilancio aveva tirato fuori le unghie sbattendo sul tavolo una ricetta lacrime e sangue con aumento delle rette degli asili, taglio degli stipendi dei dirigenti comunali e stangata su multe e parcheggi. Anna Maria Cancellieri, il nuovo ministro dell'Interno, (la seconda a salire al Viminale dopo Rosa Russo Iervolino nel 1996) sembra avere nel Dna la «politica dei sacrifici» dettata dal premier Mario Monti. Sessantasette anni, romana, ha iniziato a frequentare gli ambienti che contano da giovanissima: dopo un'esperienza a 19 anni alla presidenza del Consiglio, nel '72 iniziò la sua carriera al ministero dell'Interno per poi, nel 1993, diventare prefetto. Da quel momento una lunga serie di incarichi in giro per l'Italia: da Parma a Catania, passando per Bergamo e Genova, Cancellieri ha vestito i panni della 'risanatrice', gestendo transizioni e vuoti politici. Il più importante - prima della recente nomina a commissario di Parma dopo l'addio forzato del sindaco Vignali - quello di Bologna dove la lady di ferro arrivò nel febbraio del 2010 con l'incarico di traghettare la città emiliana, travolta dallo scandalo di Flavio Delbono e dei suoi viaggi con l'ex fidanzata Cinzia Cracchi a spese della Regione, verso nuove elezioni.
Arrivata tra lo scetticismo generale (qualcuno la etichettò addirittura come «spia leghista» del ministro Maroni nella rossa Bologna) Cancellieri riuscì a conquistare la fiducia di una parte della città che, esaurito il suo mandato da commissario, tentò di trattenerla proponendole la candidatura a sindaco. Lei tentennò, si stupì di tanto amore (il movimento che la voleva a Palazzo d'Accursio tappezzò la città con 300 manifesti per convincerla a cedere alle avance) ma alla fine respinse la proposta indecente, facendo tirare un sospiro di sollievo a Pd e Pdl terrorizzati all'idea di doversi confrontare con un altro candidato civico dopo la fine dell'era Guazzaloca.
Ma nei suoi 15 mesi di governo sotto le Due Torri, il commissario (fan sfegatata dei gialli di Carlo Lucarelli, guarda caso emiliano-romagnolo) non ha raccolto solo elogi. Sindacati e rappresentanze sindacali di base l'hanno duramente criticata per i suoi tagli al welfare, l'introduzione di una retta d'iscrizione per la scuola dell'infanzia, gli aumenti dei ticket di sosta e della tariffa dei rifiuti. «Da qualche parte dovevamo pur prenderli questi soldi», disse lei, inaffondabile, presentando il bilancio da 532 milioni. «Dovevamo tagliare e per farlo abbiamo scontentato tutti, nessuno escluso». Anche sul fronte sicurezza la commissaria tentò di riportare l'ordine in una città sporca e occupata dal degrado portando avanti una personalissima battaglia contro i graffiti che monopolizzavano case e negozi del centro storico. Guerra che riuscì a vincere solo in parte visto che dei quasi 20 mila edifici rovinati dei graffiti la sua task force (l'aveva chiamata 'Pandora') ne riuscì a ripulire solo 400, denunciando 32 writer. Chissà se adesso, dal Viminale, riuscirà a cancellarne qualcuno in più.
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domenica 6 marzo 2011
GRAZIE FERRO
Forse è proprio vero: sono sempre i migliori che se ne vanno. E lui, Antonio Ferroni, 55 anni da Sant'Agata Bolognese, era uno dei migliori. A fotografare, a incazzarsi e a ridere. Perché con Ferro, come tutti lo chiamavamo, non potevi non ridere. Anche quando nel bel mezzo di un omicidio si avvicinava con la macchina fotografica e mostrandoti lo schermo ti diceva: "O' vecchio, guarda che foto che fa Ferroni".Adesso che non c'è più, dopo quasi due anni passati insieme, di lui mi piace ricordare due istantanee. La prima risale a tre anni fa, quando per festeggiare il suo compleanno, arrivò in redazione con una porchetta. Intera. Il "maialino", così come lo chiamava lui, appena tirato fuori chissà da quale forno con un'arancia stretta tra le mascelle. Il tutto accompagnato da stria e lambrusco. Per ringraziarlo gli facemmo una sorpresa: la maglia del Bologna incorniciata con il suo nome stampato sopra. Quando la vide, la prese e ringraziò tutti. Poi si avvicinò a me e mi disse: "O' vecchio, faccio le foto per la Macron (lo sponsor tecnico del Bologna, ndr), a casa ne ho una scatola piena". E giù a ridere.
La seconda non poteva che essere una fotografia. Quella che un giorno mi mostrò con l'entusiamo di un bambino. Lui, borsa in spalla e macchina fotografica ben impugnata, accanto a Gianni Rivera all'uscita dal prato di San Siro. "Tu che sei interista - mi disse - vieni qui che ti faccio un regalo".
Dopo due anni, grazie Ferro. Ci mancherai.
domenica 24 ottobre 2010
INSULTI RAZZISTI TRA 15ENNI E L'ARBITRO SOSPENDE LA PARTITA
Eppure la gara tra le due squadre fino a quel momento sembrava scorrere senza particolari problemi, con gli ospiti della “Gino Pini” che dopo nemmeno 40 minuti erano già in vantaggio di due gol. Subito dopo la terza rete, arrivata a un minuto da ll’intervallo, è scoppiato il caos. Mentre i ragazzi modenesi tornavano a metà campo, uno di loro avrebbe rivolto a un avversario di colore un insulto a sfondo razzista. Parole che hanno di fatto innescato la violenza, con il giocatore del Corlo che si è scagliato contro quello della “Gino Pini”.
«Quando abbiamo visto quello che stava succedendo ci siamo precipitati in campo a dividere i due ragazzi - spiega l’allenatore degli allievi della polisportiva Gino Pini, Daniele Fantoni - Subito dopo è intervenuto l’arbitro che prima ha espulso i due giocatori e poi ha deciso la sospendere la partita». Una decisione presa, ha detto il direttore di gara ai dirigenti delle due squadre, per rispettare i nuovi dettami della Federazione che prevedono - nei campionati giovanili - l’interruzione della partita al primo accenno di rissa in campo.
«Quando gli ho chiesto spiegazioni sull’espulsione del mio ragazzo, visto che era stato lui a subire l’aggressione, - dice ancora l’allenatore - l’arbitro mi ha detto di aver sentito un insulto rivolto al ragazzo di colore». A quel punto dirigenti e allenatori dopo aver riportato la calma in campo sono tornati negli spogliatoi.
«A nome della mia società mi sono scusato con il ragazzo di colore per quanto accaduto anche se non so che tipo di frase gli è stata rivolta - conclude Fantoni - Queste cose non dovrebbero mai succedere. L’arbitro poteva intervenire dopo aver sentito quell’offesa così da evitare che i ragazzi venissero alle mani». In serata i genitori del giocatore della Gino Pini hanno presentato denuncia contro l’altro 15enne.
Massimiliano Papasso
L'Informazione di Modena del 24-10-2010
mercoledì 22 settembre 2010
STRANGOLA I GENITORI E LI GETTA NEL LAGO DI GARDA
Prima li ha strangolati in garage utilizzando una corda molto spessa. Poi li ha legatimani e piedi e caricati sulla sua Volvo familiare con la quale ha raggiunto, 170 km
più tardi, Peschiera del Garda. Qui li ha gettati nelle acque torbide del canale di Mezzo sperando che la corrente trascinasse via i corpi dei suoi due genitori.
E’ accusato di duplice omicidio aggravato Daniele Bellarosa, 46 anni, che ieri mattina ha confessato di aver ucciso il padre Enzo, 79 anni, la madre 72enne Francesca Benetti (originaria di Novellara), e successivamente di averne occultato i cadaveri gettandoli in un canale nei pressi del lago di Garda, in provincia di Verona. L’uomo - interrogato dal sostituto procuratore di Modena Angela Sighicelli - ha ammesso le proprie responsabilità, spiegando agli inquirenti di aver agito in un momento di forte stress dovuto principalmente alle condizioni di salute dei genitori. Alla fine dell’interrogatorio, alla quale era presente il suo avvocato Henrich Stove, l’uomo è stato fermato e trasportato nel carcere di Sant’Anna, non prima di aver guidato i carabinieri del Ris di Parma nel garage e nell’appartamento al quarto piano di via Ragazzi del ‘99 che l’uomo divideva con i suoi genitori, e dove molto probabilmente nella notte tra giovedì e venerdì scorso si è consumata la terribile tragedia.
Secondo una prima ricostruzion dei carabinieri di Modena e Verona, Daniele Bellarosa, dipendente di una ditta di serramenti e porte di San Martino in Rio, con uno stratagemma giovedì sera avrebbe attirato nei garage del la palazzina il padre Enzo e la madre Francesca. Qui li avrebbe strangolati utilizzando una corda molto spessa. Una volta uccisi, li ha legati mani e piedi e avvolti entrambi in un cartone prima di caricarli in auto e dirigersi verso il Lago di Garda. Un corso d’acqua, quello del Canale di Mezzo a Peschiera, che evidentemente il 46enne conosceva molto bene e che sperava non riportasse mai più a galla i cadaveri dei suoi due genitori. E invece due giorni dopo, e a distanza di 12 ore l’una dall’altra, i corpi senza vita dei due anziani sono ricomparsi facendo così scattare l’allarme.
Entrambi i cadaveri avevano la testa avvolta in un sacchetto di cellophane. La donna, custodiva due rotoli di banconote (uno da 120 euro l’a l t ro da 80) nascosti dal reggiseno. Al suo interno c’era anche uno scontrino che faceva riferimento all’acquisto di alcuni medicinali avvenuto qualche tempo prima in una farmacia di Carpi. Proprio questo particolare, assieme all’e t i ch e t t a della maglia indossata dalla donna, ha portato gli inquirenti ad identificare nei coniugi Bellarosa i due cadaveri del lago, e successivamente ad indir izzare verso uno dei due figli - Daniele, 46 anni - i maggiori sospetti. L’uomo, agli inquirenti che per molte ore lo hanno interrogato nelle stanze della caserma dei carabinieri di via Sigonio a Carpi, ha detto di aver agito in preda ad un raptus, esasperato dai rapporti molto tesi tra lui e i genitori.
Rapporti che si erano ulteriormente deteriorati da quando da un paio d’anni il 46enne assumeva farmaci per curare una forte depressione. D’altronde i litigi e le discussioni in casa Bellarosa pare fossero molto frequenti e di certo le condizioni di s a l u t e d e i due coniugi (sempre più p ro ble m a t iche) non avevano contribuito a rasserenare il clima familiare. Un raptus omicida dovuto quindi a rapporti molto tesi ma ma non è escluso che ad armare la mano del 46enne ci siano stati anche motivi economici sui quali gli inquirenti cercheranno di fare luce nelle prossime ore.
di Massimiliano Papasso
L'Informazione di Modena del 22/09/2010
giovedì 8 aprile 2010
BATTUTA SU FACEBOOK SUI PRETI PEDOFILI: ASSESSORE DI CARPI RIMOSSA DAGLI INCARICHI
Estromessa dalla giunta dopo una battuta su Facebook sui preti pedofili. Succede a Carpi, popoloso e ricco comune del modenese, amministrato dal centrosinistra (a larga maggioranza Pd), e all’ormai ex assessore alle Politiche sociali Miria Ronchetti, alla quale martedì scorso il sindaco ha revocato tutte le deleghe. Una decisione arrivata alla fine di un tam tam mediatico e politico scatenato dalla comparsa sul social network di una frase scritta dalla stessa Ronchetti che effettuava un pericoloso parallelo tra aborto, clero e il tema scottante della pedofilia: “Mi viene un pensiero molto cattivo – aveva postato giovedì 1 aprile l’assessore sulla propria bacheca – Non è che i preti non vogliono l’aborto perché vogliono a loro disposizione tanti bambini?”. Battuta che non è passata inosservata, tanto che dopo poche ore la notizia dell’infelice uscita era arrivata direttamente sul tavolo di sindaco, opposizione e componenti cattolici della sua stessa giunta. A nulla, infatti, era servito il tentativo da parte dell’avvocato 57enne –eletta in una lista civica ma vicina all’area Pd – di effettuare un primo dietro front e cancellare la frase incriminata dal proprio profilo: blog e altri utenti Facebook avevano già fatto in tempo a ‘immortalare’ la battuta, facendola poi rimbalzare in rete.
A quel punto, incalzata dal Pdl che ne chiedeva le dimissioni e dal silenzio imbarazzato della Curia, all’assessore non è rimasto che rimettere il proprio incarico nelle mani del sindaco Enrico Campedelli e aspettare che la bufera passasse. Non prima però di aver chiesto scusa per l’accaduto. “Sono rammaricata per quanto apparso sulla mia pagina di Facebook – aveva fatto sapere dopo un primo faccia a faccia in Comune con il primo cittadino - Intendo chiarire che si è trattato di una spiacevole e infelice battuta dovuta al clima di tensione che si respira in questi giorni”. Parole che non sono bastate a salvarle la poltrona. Martedì, dopo tre giorni di riflessione, il sindaco le ha revocato tutte le deleghe. “Quanto avvenuto ha fatto venire meno il rapporto fiduciario tra di noi – ha spiegato il primo cittadino in un comunicato – Chi ricopre cariche istituzionali, a qualsiasi livello, non credo possa permettersi dichiarazioni del genere”. Una estromissione ‘benedetta’ dal vescovo Elio Tinti e da tutte le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione.
A quel punto alla Ronchetti – che sempre su Facebook si definiva ‘serenamente atea’ e ‘disperatamente di sinistra’ – non è rimasto che andarsene al mare, non prima di aver incassato la solidarietà di amici e conoscenti, e scoccato una freccia avvelenata ai suoi ex alleati di governo. “Il sindaco mi ha revocato la fiducia e ritirato le deleghe – scriveva martedì alle 19.29 sul proprio profilo – Peccato, speravo di aver fatto un buon lavoro ma qualcuno mi dice che il partito per il quale mi sono data da fare non mi può perdonare”.
di Massimiliano Papasso
sabato 3 aprile 2010
SCRIVE FRASE SU PRETI E PEDOFILIA SU FACEBOOK, ASSESSORE SI DIMETTE
Nella sua pagina su Facebook si definiva 'serenamente atea'. Una serenità, d'animo e di spirito, che evidentemente deve aver smarrito giovedì sera quando ha scritto sulla propria bacheca una frase shock sui preti e pedofilia che le è costata il posto in giunta.«Mi viene un pensiero molto cattivo - ha 'postato' la Ronchetti sul proprio profilo - Non è che i preti non vogliono l'aborto perchè vogliono tanti bimbi a loro disposizione?». I primi ad accorgersi della frase sono stati i redattori del settimanale Tempo che, fiutata l'importanza della notizia, l'hanno subito fatta rimbalzare in rete. A quel punto si è scatenato un tam tam mediatico che ha portato la Ronchetti a tentare un primo e disperato dietro front. Ieri mattina, ai primi commenti sdegnati, l'assessore ha provveduto a cancellare dal suo profilo la frase incriminata. Ma tanto sforzo non è bastato: opposizione, colleghi di giunta, sindaco e semplici cittadini avevano già fatto in tempo a notare la battuta. Qualcuno ha avuto anche la prontezza di salvare sul proprio computer la pagina e rilanciarla su blog e siti internet (come il forum Carpizeronove). Intanto, mentre il Pdl invocava già la revoca delle deleghe all'assessore, il sindaco Campedelli ha convocato Miria Ronchetti in Comune per un faccia a faccia. Un confronto serrato, dove il primo cittadino non ha potuto far altro che prendere atto della grave situazione creata dall'assessore e dell'imbarazzo in cui la giunta era sprofondata, con gli assessori cattolici che già si erano detti «profondamenti offesi» dalle parole della collega.
A quel punto alla titolare delle Politiche Sociali non è rimasto che imboccare la strada delle dimissioni, provando a salvare almeno la faccia. «Sono rammaricata per quanto apparso sulla mia pagina di Facebook - ha fatto sapere subito dopo il vertice a Palazzo Sacchetti attraverso uno scarno comunicato - Intendo chiarire che si è trattato di una spiacevole e infelice battuta dovuta al clima di tensione che si respira in questi giorni. Mi scuso con quanti si sono sentiti offesi e, in particolare, con tutte le donne e gli uomini che nella Chiesa ogni giorno si dedicano con sacrificio e passione al benessere della comunità. Rimetto il mio mandato nelle mani del sindaco per non mettere in difficoltà l'operato di una giunta che sta lavorando bene per la città».
Dimissioni che Campedelli si è riservato (ufficialmente) di valutare, mache in realtà sarebbero già state accolte. «Non esistono attenuanti per qualificare infelici esternazioni che ledono in modo profondo la sensibilità di milioni di persone - ha spiegato il sindaco - Da qui la mia ferma contrarietà nell'accettare battute del genere su temi così delicati, soprattutto se fatte da chi incarna ruoli istituzionali. Pur riconoscendo il lavoro prezioso svolto dall'assessore Ronchetti mi riservo di valutare nelle prossime ore le dimissioni dal mandato che l'assessore ha rimesso nelle miemani».
mercoledì 18 novembre 2009
VENDE ROSE PER STRADA, MAXI MULTA DA 5MILA EURO

giovedì 8 ottobre 2009
SETTECENTO TELEFONATE IN TRE MESI PER PERSEGUITARE LA RIVALE IN AMORE
Settecentotre telefonate in nemmeno tre mesi, una media di otto chiamate al giorno per insultare e soprattutto minacciare quella che era diventata la nuova compagna dell’ex marito. Una donna residente a Novi di Modena ha ricevuto un ordine da parte del Tribunale di non avvicinarsi ai luoghi frequentati da una cittadina brasiliana e dai suoi familiari: motivo del divieto l’attività persecutoria che la donna avrebbe portato avanti nei confronti della «rivale» in amore per più di un anno. Tutto ha inizio nell’autunno del 2007 quando una coppia di Novi, marito e moglie, decide di separarsi. Lui, poco dopo, va a vivere con una donna brasiliana, ma l'ex consorte non accetta la fine della loro storia. Cominciano così prima le telefonate e le minacce nei confronti della rivale in amore, intervallate da diversi episodi di violenza (verbale e non) che continuano per tutto il 2008. A marzo di quest’anno però la straniera è ormai stanca, ha paura. Si reca in Questura per denunciare la sua persecutrice, chiedendo quello che nei casi di Stalking si chiama «ammonimento». Pochi giorni dopo la polizia si reca a casa dell'ex moglie, 43enne, e le notifica l’atto, ma è tutto inutile. La donna, infatti, evidentemente accecata dalla gelosia e dal rancore per la fine del suo matrimonio non si ferma. Questa volta rivolge le sue particolari «attenzioni» anche verso l’ex marito e i figli della signora brasiliana.Continuano così le telefonate minatorie, gli insulti, le minacce che anche un’operatrice della polizia riesce a sentire visto che, quando la coppia si era recata in Questura per denunciare il caso, la stalker aveva chiamato per l’ennesima volta la sua rivale ricoprendola di ingiurie. Chiamate che ormai erano all’ordine del giorno visto che, come hanno poi accertato le indagini delle forze dell’ordine, la signora di Novi dal 1 gennaio scorso e fino al 23 marzo ha "disturbato" ben 703 volte la nuova compagna del marito, con una media di 8 telefonate al giorno.
di Massimiliano Papasso
L'Informazione di Modena - 08/10/2009
mercoledì 5 agosto 2009
CONSULENZE, L'UNIONE 'SUONA' LA CARICA
La scoperta arriva direttamente dalle cifre pubblicate sul sito del Ministero della Funzione Pubblica, in nome della tanto reclamizzata «operazione trasparenza» fortemente voluta dal ministro Renato Brunetta. E spulciando tra le pagine internet dedicate agli incarichi affidati a consulenti e collaborazioni esterni dell’Unione dei Comuni dell’Area Nord del 2008, di certo le sorprese non mancano.
Si parte con la cifra complessiva messa a bilancio per liquidare le collaborazioni del 2008: 1.135.118 euro, centesimo più, centesimo meno. Soldi che l’Unione dei nove comuni della Bassa ha utilizzato per pagare parcelle di avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro, ma che soprattutto sono serviti - a leggere le tabelle pubblicate sul sito ministeriale - per liquidare docenti di musica. Il 49,8% dell’importo previsto per il pagamento delle consulenze, infatti, è stato sostanzialmente prosciugato da un’unica e forse inaspettata voce: quella che viene genericamente identificata come «attività didattico-musicali». Ben 566mila euro sono stati impegnati per pagare 59 prof per delle generiche «lezioni di musica».
Ma c’è di più. Quasi il 30% di questa particolare spesa (161mila euro) l’Unione l’ha impegnata per «attività didattiche» presso la prestigiosa scuola di Musica, da poco trasformata in Fondazione con il contributo della Cassa di Risparmio di Mirandola. Con alcuni docenti che compaiono due volte a libro paga dell’Unione, sia per generiche attività didattiche (della durata anche di un anno) che per impegni nell’istituto che adesso porta il nome di «Fondazione Carlo e Guglielmo Andreoli». Per non parlare di altri professori pagati fino a mille euro per tenere corsi di aggiornamento di appena due giorni ai loro stessi colleghi.
Tutte le cifre fanno ovviamente riferimento allo scorso anno, ma comprendono anche alcune spese effettuate dall’Unione negli ultimi mesi del 2007 e quelle programmate per il 2009. La musica è sicuramente la voce di spesa più ricorrente ma non mancano consulenze (anche corpose) per progetti sociali, sostegno alle famiglie e iniziative per combattere il fenomeno del bullismo nelle scuole. In totale i soldi già usciti dalle casse dell’Unione per liquidare tutte le consulenze esterne hanno raggiunto quota 743.113mila euro, e manco a dirlo, più di 467mila sono finiti sotto il capitolato musicale: il 62,8% del totale.
di Massimiliano Papasso
L'Informazione di Modena (02/08/2009)
venerdì 24 luglio 2009
SCHERZI DEL NAVIGATORE: IN VIAGGIO PER CAPRI FINISCONO A CARPI
Sognavano Capri, il mare e i Faraglioni, e invece si sono ritrovati a Carpi, in provincia di Modena, sotto il sole cocente della pianura padana. Il tutto per una consonante sbagliata sul navigatore satellitare.E' stata una vera e propria odissea quella capitata qualche giorno fa a una coppia di turisti svedesi in vacanza in Italia che aveva deciso di passare qualche giorno al mare. I due, entrambi sulla cinquantina, erano partiti da Venezia con destinazione l'isola di Capri. Per trovare la strada giusta si erano affidati al proprio navigatore satellitare, convinti che li avrebbe guidati a destinazione nel minor tempo possibile. Peccato però che non avessero fatto i conti con i trabocchetti della lingua italiana. Al momento di digitare il nome della città di arrivo (Capri), infatti, qualcosa è andato storto e la "p" e la "r" del nome della magnifica isola campana si sono scambiati di posto. Risultato: i due "turisti per caso" sono arrivati a Carpi, in provincia di Modena.
Nonostante all'orizzonte non ci fosse nemmeno l'ombra di un gabbiano, la coppia era realmente convinta di essere arrivata sull'isola dei Faraglioni e così, parcheggiata l'auto, si è diretta a piedi all'ufficio turistico comunale per chiedere informazioni su come poter visitare la famosa "Grotta Azzurra". In un primo momento gli operatori del centro hanno pensato che la coppia svedese fosse alla ricerca di una pizzeria o ristorante. Poi dopo un breve colloquio in inglese il giallo è stato risolto.
Come hanno raccontato gli stessi operatori su Facebook, i due turisti hanno spiegato loro di esser partiti di buon mattino da Venezia alla volta di Capri e di essersi affidati al proprio navigatore satellitare per conoscere tempi di percorrenza e autostrade. Ma qualcosa non ha funzionato: i due sono arrivati a Carpi dopo ben sette ore di viaggio, seguendo un itinerario evidentemente sballato. Ecco perché, dopo tanto viaggiare, si erano convinti che la città dove erano approdati doveva essere per forza la meravigliosa isola della costa campana, anche se in realtà non erano saliti su nessun traghetto per raggiungerla. A quel punto ai due sfortunati turisti non è rimasto che rimettersi in viaggio, non prima però di aver fatto un giro nell'altrettanto affascinante piazza Martiri. Resta il mistero se abbiano avuto anche il tempo per concedersi un tuffo nelle acque della piscina comunale.
di Massimiliano Papasso
Pubblicato su Repubblica.it
mercoledì 20 maggio 2009
L'ULTIMA CORSA DI FABIO
Aveva preso un mese di ferie per seguire quello che da 32 anni era la sua passione più grande, il Giro d’Italia. E proprio sulle strade della corsa rosa, Fabio Saccani, imprenditore con l’hobby del ciclismo, è morto: travolto da un camion mentre a bordo della sua motocicletta stava raggiungendo la partenza di una delle tappe più attese, la Cuneo-Pinerolo.Tragico incidente ieri mattina al Giro d’Italia: Fabio Saccani, 69 anni, originario di Rio Saliceto ma carpigiano d’adozione, è deceduto dopo essersi schiantato contro un camion nei pressi di Cuneo. Saccani, sposato e con due figli, era la guida su due ruote di Roberto Bettini, storico fotografo del ciclismo. Con lui aveva macinato chilometri in sella alla sua motocicletta in Italia e all’estero: il Giro d’Italia di quest’anno era il 32esimo seguito dal vivo, mentre al Tour de France era già stato ben 11 volte. In gruppo tutti lo conoscevano: inconfondibile con il suo casco rosa, tappezzato di fotografie e autografi dei corridori, era innamorato del ciclismo e dei suoi eroi. Da Pantani a Saronni, aveva conosciuto tutti i più grandi, ma era stato l’americano Lance Armstrong che l’aveva colpito di più. Forse proprio perchè entrambi erano riusciti - pochi anni fa - a sconfiggere un male terribile. Una vittoria che Saccani, intervistato pochi giorni fa dalle televisioni di mezza Italia, sbandierava con grande gioia assieme alla foto con il ciclista texano, quest’anno al suo primo Giro d’Italia dopo il provvisorio ritiro.
L’incidente è accaduto qualche minuto prima delle 9 del mattino. Saccani, che lunedì era ritornato a casa dalla moglie, stava raggiungendo la partenza della 12esima tappa. Poco prima del centro di Cuneo però un camion - secondo una prima ricostruzione da parte della polizia stradale piemontese - gli ha tagliato la strada. La sua moto, una Bmw 1200, è finita contro la parte posteriore del mezzo. Un impatto terribile che non gli ha lasciato scampo: il 69enne, infatti, è deceduto sul colpo. La notizia della sua morte ha subito raggiunto la carovana rosa che si apprestava a partire per una delle tappe più belle. Ad aspettarlo c’era l’amico e compagno di avventure, il fotografo Roberto Bettini, che in lacrime ha ricordato il suo grande amore per questo sport. «Ci lascia la sua immensa voglia di vivere - ha detto - ed il suo immenso amore per il ciclismo. Per lui il ciclismo era una ragione di vita, era entusiasta».
Una vera e propria passione che Saccani coltivava fin da giovane, quando in sella alla sua bici era riuscito a vincere anche qualche corsa. Originario di Ca’ di Frati, Saccani viveva a Rio Saliceto ma Carpi era la sua seconda casa. Da quando aveva sposato la signora Lara Colli era diventato uno dei titolari dell’azienda di famiglia che produce prodotti chimici per l’agricoltura. Ieri nello stabilimento di via Tre Ponti c’era rabbia e incredulità. «Siamo sconvolti - racconta una dipendente al telefono - il signor Fabio amava tanto quello sport, era la sua passione. Lo vedevamo qui tutti i giorni. Non ci sembra vero». A Carpi, nello stesso stabilimento, lavorava anche uno dei suoi figli, Stefano. Oggi il Giro d’Italia lo ricorderà ufficialmente con un minuto di silenzio prima della partenza dei corridori, mentre la data dei funerali non è ancora stata fissata: per salutare Fabio per l’ultima volta bisognerà aspettare l’esito dell’autopsia.
di Massimiliano Papasso
L'Informazione di Modena, 20/05/2009
